Antonella Leandri. La madre

Antonella Leandri è la mamma di Ciro Esposito, il tifoso del Napoli morto nei giorni scorsi. Ho dovuto fare una ricerca per sapere come si chiama quest incredibile donna i. Tutti la conosciamo come la mamma di Ciro e fino a pochi giorni fa non era mai comparsa in tv. Immagineresti di vedere una donna in lacrime, scomposta, che urla  cose incomprensibili in napoletano. Invece. Invece è composta, parla pacatamente  di suo figlio e della sua famiglia. Quando parla le sue parole ti accarezzano il cuore e capisci che se nessuno si è permesso di fare un minimo gesto di vendetta, è per merito suo. Nessuno potrà avere quest’alibi: fare del male per vendicare Ciro.

Dice di aver già perdonato quelli che hanno ucciso il figlio, ma che vuole che si pentano davanti a Dio. Vuole anche la giustizia umana, perché giustamente non vorrebbe che nessun altro patisca quello che stanno soffrendo lei e i suoi famigliari.  Lei con la sua voce e le sue parole tengono in pugno migliaia di giovani pronti allo scontro. Ma nessuno alzerà le mani in nome di Ciro, né ora né mai.

Come riesce un’esile donna a fare quello che non riescono a fare migliaia di agenti e carabinieri in assetto di guerra? Come può una donna minuta smuovere le montagne di odio?

Antonella Leandri ha una fede robusta: quella che fa costruire la casa sulla roccia e non sulla sabbia, quella fede che ti piega come una canna spazzata dal vento, ma non t’incrina. Lei e la sua famiglia sono evangelici e oggi il funerale sarà celebrato con il rito evangelico. Tutti i cristiani, di ogni rito e tradizione, vorrebbero avere una fede così grande. Io la vorrei.

Grazie signora Antonella per la sua luminosa testimonianza.

Che il Signore con la sua grazia ripaghi lei e sua famiglia per il sacrificio di Ciro.

 

La grande tristezza

E’ una brutta giornata, il cielo è grigio, anzi marron e piove fango: il vento che arriva dal deserto africano porta anche la sua sabbia. Tutto è sporco,  i fiori, le piante, le auto e tutto quello che rimane fuori avrà bisogno di essere sciacquato e ripulito. Bisogna aspettare che torni il sole, altrimenti sarà un lavoro da ripetere.

Questi clima e questi colori contribuiscono alla grande tristezza del Paese. Avevamo bisogno di un po’ di allegria e spensieratezza e invece due avvenimenti collegati, ma lontani tra loro ci portano a tristi pensieri. Stamani il tifoso del Napoli, Ciro Esposito, ha smesso di lottare per la vita. Cinquanta giorni fa era andato a Roma per tifare la sua squadra del cuore, non è più tornato a casa, non era neanche arrivato  allo stadio! E’ stato colpito da persone che probabilmente neppure c’entravano con quella partita. Ancora oggi di questo fatto si sa ben poco, né i nomi, né le motivazioni che hanno causato la morte di un giovane tranquillo che voleva solo tifare.

Mi chiedo per quale motivo si permette che il calcio diventi una guerra in cui tutto è lecito? Per quale motivo un gioco, un divertimento, deve essere rovinato da persone che hanno come unico scopo della loro vita rovinare le vite degli altri, compresi agenti e carabinieri? E’ questo quello che vogliamo davvero?

Fino agli inizi degli anni 90′ andavo allo stadio a Cagliari, ma ho smesso quando dopo una partita, nonostante il Cagliari avesse vinto e non c’era nessun motivo per comportarsi così, la gran parte dei tifosi vicini a me ha iniziato a lanciare nella pista i seggiolini divelti e bottiglie e tutto quello che capitava. Non credevo ai miei occhi e mi chiedevo perché? Il giorno dopo avevo la febbre altissima. Mia nonna guardandomi sconsolata diceva a mia madre: dda fatu tropu dannu a biri cussas cosas . Naraddi dda no andai prus (le ha fatto troppo male vedere quelle cose, dille di non andare più). Non ci sono più andata, ma le cose sono peggiorate molto e non ho intenzione di mettere più piede in uno stadio se non diventa un luogo vivibile. Non ho nessuna intenzione di rischiare la pelle! Che interessi ci sono a lasciare che le cose rimangano così? Possibile che non si riesca a trovare una soluzione ragionata e definitiva?

Si dice che il calcio è lo specchio del Paese, beh l’immagine che riflette è pessima. C’è troppa esasperazione, si rimane per giorni a parlare di cose di minore importanza e non si dà valore alle cose importanti. Una cosa che mi ferisce profondamente, ad esempio, sono fischi agli inni nazionali, pure al nostro, come è capitato in occasione della finale di Coppa Italia, oppure i buu ai giocatori di colore. Possibile che siamo scesi così in basso, talmente basso che stiamo pure scavando la terra da anni?

Siamo diventati così incivili da non comprendere che la palla è rotonda, che si vince e si perde, che si può essere in forma o no, che gli arbitri sono esseri umani e possono pure sbagliare. Forse siamo talmente assuefatti alla corruzione, anche quella del calcio, che non crediamo più in niente e vediamo complotti dappertutto, anche quando non ci sono.

Credo che sia palese a tutti che l’uscita di scena dell’ Italia dal Mondiale in Brasile sia dovuto alla pochezza di tutta la squadra, e non solo di un giocatore. Non ci sono complotti Sono stati fatti degli errori da parte dei giocatori, del ct, e del preparatore atletico, c’è stata un po’ di sfortuna e anche un arbitraggio un po’ così. Insomma non è il nostro anno. Pazienza, anche se un po’ mi rode. Ahi, quanto mi rode!

FORZA CAGLIARI!

Foto del sito Cagliari Calcio

 

E’ appena finita la partita Cagliari-Catania. Il Cagliari ha vinto 2-1. Sono felice che abbia vinto la mia squadra del cuore, ma la partita di oggi era importante a prescindere dal risultato: dopo un anno e mezzo e più il Cagliari ha giocato finalmente nel suo campo. Con un eufemismo diciamo che tra la società e il Comune di Cagliari ci sono state delle grosse incomprensioni, così grosse che hanno portato in carcere il presidente della squadra e alcuni amministratori di un altro grosso comune, dove era stato costruito in quattro e quattrotto uno stadio provvisorio. La vicenda si sta volgendo al meglio e sembra che le esperienze brutte abbiano portato tutti a fare un passo indietro e fare il bene dei tifosi.

Qualcuno penserà che con tutto quello che sta succedendo non sia il caso di prestare attenzione a queste cose. Ma tutti quanti abbiamo bisogno di leggerezza e di trascorrere delle ore spensierate. Se perde la squadra, pazienza , la prossima partita andrà meglio. Il calcio sostanzialmente è un gioco, anche se girano troppi soldi che fanno perdere di vista lo scopo originario del far girare la palla con i piedi. A me piace il calcio, ricordo benissimo il periodo in cui diventai tifosa: era il 1978, il Cagliari tornò in serie A, mio padre portò allo stadio tutta la famiglia e fu amore appassionato dal primo istante. Poi ci furono i Mondiali in Argentina con Pablito e Cabrini e poi tutto il resto.

Tifare il Cagliari non è come tifare le altre squadre blasonate. E’ tifare per il riscatto di una città e di una regione intera. Le nostre vittorie non sono scudetti  e coppe dei campioni a raffica, ma sono la permanenza in serie A per l’anno successivo, rompere le uova alle grandi, qualificarsi per le coppe europee, vedere qualche giovane sardo che umilmente diventa un campione. Non sempre questo succede, anzi quante volte abbiamo sofferto e siamo retrocessi, anche nella ex serie C1! Ci si è ritrovati a giocare nei campi polverosi dove fino a mezzora prima della partita c’erano i panni stesi del custode! Ma è sempre stato un gioco, anche quando nel 1997 si perse il drammatico spareggio a Napoli e la squadra fu accolta dai tifosi all’aereoporto con applausi e canti ” Torneremo, torneremo in serie A”. Io e Mylove c’eravamo, insieme ad altri amici del gruppo.

Tifare Cagliari è una cosa speciale, come speciale fu lo scudetto del 1970, anche se in effetti dovevano essere almeno tre, così dicono gli anziani,  memoria storica della squadra. E Gigirriva dove lo lasciamo? Tutti ne parlavano e lo stimavano. Non scherzo quando dico che la foto di Gigi Riva e della Cagliari dello scudetto ancora oggi in alcune case ha il posto d’onore  e stanno insieme alle foto dei parenti e degli amici! Quell’epoca io non l’ho vissuta appieno, ero troppo piccola, però giravano certe storie: un compagno di scuola di mio fratello nel tema scrisse che il Papa Paolo VI venne in visita a Cagliari nell’aprile del ’70 per festeggiare lo scudetto! La mia amica White dice che il lunedì con la maestra la prima ora commentavano le partite del Cagliari! Quella sana passione devo averla ereditata da quella anziana collega, non commento le partite, ma se capita se ne parla. Maestra che squadra tifi? Il Cagliari! Ma perde sempre! A parte il fatto che non è vero, vedi di aver rispetto per gli amori della maestra! Ma se non ci fosse il Cagliari che squadra tiferesti? Nessuna, vorrei che esistesse il Cagliari! Non vi dico gli sguardi di commiserazione, come se fossi un rudere, un essere mitologico! Un tappo interista di prima elementare quest’anno mi ha detto: la tifa pure mio fratello quella squadra, come hai detto che si chiama?

Cagliari si chiama e si chiamerà sempre Cagliari, uno degli amori della nostra vita!

Beni torraus a Casteddu! Forza Cagliari!